Come un toro che va fino al macello.

Gli strumenti che ho a disposizione mi informano che non scrivo dal 25 Novembre, ma, fortunatamente, gli attimi che sanciscono gli attimi importanti della mia esistenza è svincolata dagli interventi che vengono pubblicati in tale blog.
Gli strumenti che ho a disposizione, con identica puntualità, mi informano che è giunta l’ora di svuotare il sacco di emozioni che ho ordinatamente accatastato nei pochi angoli vuoti del mio cervello.

Come un toro che va fino al macello. Ecco, è di questo che il cervello straborda, e devo trovare al più presto qualcosa per tappare questa falla. Che bene non fa a nessuno.
Come un toro che va fino al macello.
Non è che sia un tipo di molti ideali, poche sono le bandiere che sventolano dal balcone dei miei pensieri. Giusto quel paio di punti fermi, che talvolta tremano, ma che il più delle volte conducono i miei giorni per mano, verso lidi sempre migliori. Così almeno si spera.
E uno di questi punti fermi – e ne sono abbastanza certo – è il tentativo di allontanarmi/scappare/annientare la mediocrità. In tutte le sue forme, la mediocrità in me è una cosa che ripudio. Meglio essere un abile truffatore che un discreto impiegato, qualcosa del genere ecco. Essere il migliore, in cosa saranno le circostanze a deciderlo.
Ma come quel naufrago che più tenta di sfuggire alla furie delle onde e più viene risucchiato giù, come quella pianta che più mira in alto e più s’affloscia sul fragile gambo così io, scappando dalla mediocrità, mi trovo unito ad essa in un abbraccio ripugnante.

Avrò avuto 10 anni, o forse più (conosco l’età “esatta” degli eventi della mia vita perchè ho un termine di paragone fisso fra gli 8 e i 9 anni, e divido la mia vita in prima e dopo). I miei divertimenti erano compresi tutti fra un PentiumIII con 800Mhz di processore e 512mb di Ram e la strada. Mediocre. Il pc era un buon pc, ma non il massimo. In strada ricordo esattamente di non essere il leader, mi facevo rispettare ma non ero un leader. Funzionava così: se eri bravo col pallone eri il capo del gruppo. Se non lo eri al massimo bussavano alla tua porta quando mancava un portiere o quando nessuno voleva contare a nascondino.
E io potevo contare solo sulla agile corsa e la forza nel tiro. Niente eleganza, solo furbizia e potenza fisica.
Dopo un paio d’anni, in strada non scesi più. Niente più calci ad un pallone sotto il sole d’estate, in mezzo ad una strada dove anche le auto non riuscivano a capirci. Niente più fughe a casa col cuore in gola perchè avevi tirato forte contro l’auto nuova del vicino. E i segni del pallone erano rimasti indelebili su quello sportello. Scappa, scappa: e se il pallone è il tuo inizia a pregare.
A scuola il migliore lo sono stato raramente. Così urlava la pagella a fine quadrimestre. “Il ragazzo è intelligente, è che non si impegna” erano le parole che mia madre era costretta a subire durante i colloqui. Nè il migliore, nè il peggiore. ‘Nto mienzu.
Non ho voglia continuare a raccontare episodi, storielle. Solo vecchie storielle, che conservo per i figli e i nipoti.
E adesso mi ritrovo qua a scrivere su un mediocre letto, conducendo una vita (ancora) ignota, sanza ‘nfamia e sanza lodo.
Quando ho iniziato a scrivere questo intervento (e quindi prima che mi venisse in mente il vortice di pensieri che conduce alla scrittura) mi chiedevo come accade che colui che fugge l’ignavia, ci si ritrova invischiato come una mosca in una tela. E la mosca in quella tela ci lascia l’ultimo sospiro.
Ma alla fine qualcosa l’ho trovata, non sono mediocre in tutto. Almeno così il mio cervello suggerisce.
Ambizione. Sfrenata ambizione. Brama d’assalto ai miei sogni. Senza riscontri effettivi per adesso, ma nella mia testa ho tutta una vita. Disposto a sacrificarmi, a sacrificare per ottenere ciò che voglio. Come quando correvo più veloce degli altri per sfuggire dalla morsa del vicino con l’auto impallonata, correvo per arrivare per primo nel nascondiglio migliore.
Farsi il culo (non ho trovato espressione equivalente) per sfondare di soldi, per poter far ciò che si vuole quindi.
Sono il migliore, si chè lo sono. Le migliori ambizioni stanno dentro di me, e di questo ne sono certo quanto la mia mediocrità nelle restanti abilità.
Come un toro che va fino al macello.
Ecco, si è vero. Un’altra cosa che mi distingue. Impulsività. Come un toro, che purtroppo, va fino a questo macello. C’è poco da vantarsene, ma è così che son fatto ed è così che dico.
E lele ci prova a mettere i paletti, ci provo a non dare calci agli agrumi e pure a comprendere come sui tram tutti ascoltino le tue parole. Bisogna stare attenti, devo stare attento. Ma pare che non mi sia concesso sbagliare, che tutti lo sanno:
Come un toro che va fino al macello.
Io al macello non è che voglio andarci, anzi. Sono un toro gentile, educato e rispettoso della brava gente. Quella gente che è totalmente diversa dai piccoli e grandi bovini intorno a cui sono cresciuto.

Come un toro che va fino al macello.
E’ il Sacro Libro che dice ciò: un toro da monta che va fino al macello. Qualcosa continuo a non capirla, qualcosa tento di comprenderla, e qualcos’altro non lo capirò mai.

“Ditemi una cosa: non è vero che io vi sembro molto brutto?”
“Vero, sì”, rispose “perché io non sono avvezza di dire una cosa per un’altra; peraltro vi credo buonissimo di cuore.”
“Avete ragione”, disse il mostro, “ma oltre all’essere brutto io non ho punto spirito, e so benissimo d’essere una Bestia.”
“Non è mai una Bestia”, rispose, “colui che crede di non avere spirito. Gl’imbecilli non arriveranno mai a capire questa cosa.”
“Se avessi un po’ di spirito”, disse la Bestia, “farei un complimento per ringraziarvi: ma io sono uno stupido; e tutto quel che posso dirvi è che vi sono obbligato.”

11 pensieri su “Come un toro che va fino al macello.

  1. Ci convinciamo di avere il nostro traguardo ad un passo perchè contrariamente sarebbe insostenibile pensare di tirare avanti senza avere un obiettivo da raggiungere. C'è chi inciampa lungo il cammino, c'è chi crede di averlo, o perlomeno sempre avuto, ma solo alla fine si accorge di avere in mano un pugno di mosche e c'è chi ce la fa! Ci possiamo impegnare quanto vogliamo per essere le persone migliori di questo mondo ma più ti guardi intorno più vedi persone incompetenti; è qui che noti che per qualsiasi cosa tu voglia fare hai bisogno di una buona dose di culo.
    Ciao.
    Sergio

  2. L' "avere un obiettivo da raggiungere" è pertanto condizione necessaria per "tirare avanti"?
    E se tutti gli obiettivi sono già stati raggiunti (lasciando quindi intendere un'esistenza soddisfacente) in che condizione ci si (o si ci, a personalissima preferenza) trova ? Soddisfatti di ciò che si è fatti, o desiderosi di trovare/lottare/raggiungere un nuovo obiettivo? E come si può definire una vita alla continua ricerca di nuovi sogni e pertanto mai completamente "compiuta" ?

    (Ho le mie risposte)

  3. Ognuno di noi è desideroso di qualcosa ma nulla è immediato.
    Mi piacciono tanto i paragoni con i bambini.
    Ogni giorno, ogni santissimo giorno, i bambini sono desiderosi di possedere qualcosa, un oggetto un giocattolo. Lavoro da mio padre e noto come ogni bambino, ogni fottutissimo ed ancora insignificante bambino che passa davanti al negozio di mio padre, posa gli occhi sui distributori di palline, si le palline pazze.
    Non passa attimo che questo non sbatta i piedi per averne una. E scalcia e piange per averle. Allora puoi capitare il genitore gentile che sgancia i piccioli per comprare la pallina al bambino oppure c'è quello meno gentile, o se più semplicemente vogliamo, pricchio, che non compra la pallina al bambino.Il bambino che non l'avra piangerà per non averla avuto. Il bambino che l'ha avuta piangerà perchè vorrà qualche altra cosa avendo ormai goduto della pallina almeno per un istante.
    Non è l'oggetto che ci rende felice, ma l'idea di possedere l'oggetto del nostro desiderio tra le mani. Per rispondere a te, si, l'avere un obiettivo è condizione necessaria per tirare avanti. Perchè, a mio modesto parere naturalmente, non è possedere qualcosa che ti rende appagato. Ti appaga la brama, il desiderio, di poterlo avere; ripeto.
    Quando tu avrai tutto ciò che hai mai sognato di avere, ti sentirai appagato. Ed è qui che comincia di nuovo una nuova ricerca.
    Ermeticamente la definirei come un pasto: hai fame, mangi. Non hai più fame, passa del tempo, hai bisogno di mangiare, mangi e non hai più bisgono di mangiare almeno per un pò; questo è ciò che penso, che l'obiettivo sia scendere uno scalino ogni mattino o conquistare il mondo, è il solo pensiero di farlo o di poterlo fare che ci permette di andare avanti ogni giorno. Cosa saresti senza un obiettivo da raggiungere ogni giorno? E credi davvero che una volta raggiunto il tuo obiettivo ti fermeresti a sollazzarti come un soldato che ha appena vinto la guerra?

  4. Grazie Sergio, adesso credo sia ora che risponda qualcuno che non la pensi come noi.
    Ermeticamente aspettiamo che qualcuno metta l'ariosto su questo pollo al forno che prima io e poi tu abbiamo cucinato ! :)

  5. Sono d'accordo con Sergio quando dice che più ti guardi intorno, più vedi persone incompetenti. Ma, non so voi, io non mi rassegno a questo stato di cose. E vi risponderei, con Sartre, che "ognuno può, scegliendosi, scegliere l'umanità". Cioè bisogna che ognuno, nel suo piccolo ( nessuno da solo può cambiare il mondo!) si impegni per migliorarsi e migliorare, così, la società. E per fare questo è necessario avere degli obiettivi, certo. Ma il punto è che, a un certo punto(scusate il gioco di parole!) arriva il momento di fare qualche distinzione tra gli obiettivi. L'unica generalizzazione lecita, secondo me, è che non si deve mai generalizzare. E allora dobbiamo chiederci di QUALI obiettivi stiamo parlando, QUALI, una volta raggiunti, ci spingono a cercarne di nuovi e QUALI, invece, sono "definitivi". Ci sono gli uni e gli altri secondo me.Perchè il discorso "non è il possedere qualcosa che ti rende appagato, ma solo la brama, il desiderio di poterlo avere" fatto così, in generale, è un po' pericoloso. Penso che certi obiettivi, una volta raggiunti, devono farti felice in se stessi. Se, invece, è SOLO IL DESIDERIO di possedere qualcosa che ti fa felice, non importa più il COSA, non conta niente per te, e non sei più capace di dare senso alle cose. E alle PERSONE.Perchè è con le persone soprattutto che si ha a che fare. Non è una cosa( o persona) in sè che ti fa felice, ma il fatto che la volevi e sei stato capace di ottenerla. Poi avanti il prossimo.Un po' riduttiva come interpretazione del mondo ( e degli uomini), non credete?Bello il paragone con i bambini: il loro rapporto con i giocattoli è proprio come l'ha descritto Sergio, anche secondo me.Ma sono BAMBINI. E CRESCERANNO.O almeno si spera.Se no, " c'è voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti".Io la penso così.Anzi, "così è, se vi pare".
    Ciao,
    Marta

  6. Lo ammetto: il discorso è pericoloso.
    Sono daccordo con te Marta quando distingui gli obiettivi in classi (così le definirei io) e forse ho anche errato nel generalizzare il discorso rendendolo, come sopra ho citato, pericoloso.
    Mi piacerebbe esprimermi meglio. Vediamo se ce la faccio.
    Gli obiettivi che ciascuno di noi persegue da una vita, ed io li riporto tranquillamente alla vita che sto trascorrendo, o per meglio dire con il termine giusto, vivendo, devono per forza di cosa renderti felice ed è qui che nasce il paragone col bambino e la pallina: voglio una pallina, la ottengo e sono contento, "mò che faccio?". E' quello che accade un istante dopo del conseguimento dell'obiettivo, sempre considerando l'"avveramento" di un obbiettivo istantaneo.
    Cerco di spiegarmi ancora meglio essendo più diretto.
    Se il mio obiettivo è fare soldi, una volta fatti, mi fermo li? Ho finito di vivere? ho raggiunto il mio obiettivo ed ora posso anche morire?
    E' la consapevolezza del raggiungimento della condizione che avevi sempre desiderato che ti rende appagato e come tale desideroso di rivivere tale sensazione. Ad esempio, ora che c'ho i soldi posso decidere di comprare un oggetto dei desideri, come una bella macchina fotografica da centinaia di migliaia di euro -LL,ma una volta ottenuto ne vorresti un altro ancora migliore continuando così in un ciclio infinito che ti porta al perseguimento di un qualcosa sempre superiore.
    Spero di avere espresso, o forse ribadito, il concetto.
    Concludo rispondendo a marta, o meglio a Sartre (non voglio rubarti il lavoro, non sia mai) con il mio amico delle superiori Schopenhauer:
    "Un eterno divenire, una corsa senza fine, ecco la caratteristica con cui si manifesta l'essenza della volontà. Di tal natura sono infine gli sforzi e i desideri umani, che ci fanno brillare innanzi la loro realizzazione come fosse il fine ultimo della volontà; ma non appena soddisfatti, cambiano fisionomia; dimenticati, o relegati tra le anticaglie, vengono sempre, lo si confessi o no, messi da parte come illusioni svanite."
    Ciao!
    Sergio.

  7. Sì sì ma eri stato chiarissimo anche prima..vuoi una pallina.ok.la ottieni.ok. è il "mo che faccio?" che non va bene secondo me. Che vuoi fare? Che altro, se non essere soddisfatto e fermarti a riflettere sulla diferenza con quando non ce l'avevi? Solo così puoi apprezzarne il valore. Se no davvero finisci in un "ciclo infinito che ti porta al perseguimento di un qualcosa sempre superiore". E' il SEMPRE che non mi convince. Non siamo onnipotenti( anche se spesso ci crediamo tali). Ma di fatto non lo siamo,c'è un LIMITE. Certo, capire qual'è sta a noi.Per esempio, comprata la macchina fotografica da migliaia di euro, la ferrari, poi l'elicottero, l'aereo privato e poi che altro? Dove si può arrivare?Quale potrebbe essere l'obiettivo superiore ?Prima o poi devi fermarti, apprezzare quello che hai e sentirti realizzato. Perchè se è davvero solo la ricerca che ti soddisfa, e non ciò che ottieni, scadi nel qualunquismo. E come puoi essere felice? Se vuoi TUTTO è come se non volessi NIENTE. Proprio Schopenhauer ce lo dice: l'uomo è affannato da continui bisogni e desideri, e questo per lui è causa SOLTANTO di DOLORE.Se invece non ne ha affatto, niente bisogni e desideri che riempiano le sue giornate, scade nella NOIA,non meno odiosa del dolore.
    Mi meraviglio di te, eh?? Mi snobbi il mio amico Kant, e chi ti vai a fare come amico??? Arthur??Il più pessimista dei pessimisti??Fermo restando che alcuni uomini(oserei dire, purtroppo, la maggior parte degli uomini) vivono nell'incessante ricerca, attaccandosi alla ricerca piuttosto che al ricercato, io credo, invece, che bisogna avere, sì, degli obiettivi, anche puntando in alto possibilmente, ma rimanendo capaci di goderne, una volta raggiunti."Un eterno divenire, una corsa senza fine" non ci farebbe VIVERE pienamente, ma solo correre e correre e correre. Secondo me abbiamo qualche possibilità in più di correre e basta. Abbiamo la possibilità di COSTRUIRE.E come si costruisce ingegne'??voi lo insegnate a me…si progetta, si pianifica, si studia, si lavora e lavora e lavora…e alla fine l'edificio è eretto.Stabile.Fermo.Duraturo.Il lavoro non era utile per sè, ma in vista dell'edificio. E quella è casa tua. Per sempre. O quasi.Cambieresti casa ogni due giorni tu?Io no.
    Marta

  8. il bambino dopo aver avuto la palla matta non ne vuole un'altra. Punterà, invece, ad un camioncino o ad un pallone.
    Costruisci la casa, poi, pian piano, la arredi, poi ti accorgi di quanto ci starebbe bene un quadro su quella parete…
    questo secondo paragone rende in maniera più chiara quanto voglio esprimere: sei consapevole di essere riuscita a costruire una casa, altrimenti dove lo mettevi 'sto quadro?? ma ciò non significa che puoi viverci dentro con le mani in mano ammirando quanto sei stata brava.
    sono d'accordo con Sergio quando afferma che bisogna avere sempre un obiettivo: "bisogna sempre sapere dove si vuole arrivare" (cit) altrimenti, aggiungo io, chi ti da la voglia/forza di alzarti la mattina quando fuori fa tanto freddo e non c'è nemmeno il sole?! secondo me, però, il "nuovo" obiettivo non deve necessariamente puntare a "qualcosa di superiore", bensì di DIVERSO. così quando avrai costruito la tua casa, non desidererai averne un'altra, ma ogni giorno vedrai la possibilità di migliorarla, sia pure soltanto con un soprammobile, una foto, un disegno. così come, lasciando stare il paragone strettamente materiale, è possibile sempre migliorare se stessi, è possibile migliorare il rapporto con sorella/fidanzato/amico/vicino, è possibile migliorare. Perchè, almeno per me, ogni cosa è perfettibile, quindi non possiamo mai fermarci. e menomale! perchè quando ti fermi che fai? ti autoelogi? godi di quello che hai andando avanti. il rischio risiede nel credere che il miglioramento stia nel possesso: (se e) quando sarò ricco, sarò necessariamente migliore di quel che sono ora??

    [questo blog mi boicotta, ma io resisto, tiè!]

  9. Non cambierei casa ogni due giorni, no non lo farei. Ogni volta che ne ho voglia, ogni volta che ce ne siano le necessità.
    Lasciamo stare Arthur, non ci porta in niente di buono in entrambi i due sensi percorribili: rifiuteremo (spero) tutti quando afferma che "La vita umana è quindi un alternarsi di dolore e di noia, passando per la momentanea sensazione meramente negativa del piacere".
    Altra ovvietà: sul compiacersi di ciò che raggiungiamo siamo d'accordo no ? Sull'apprezzare ciò che si è conquistato con sudore saremo certamente tutti concordi.
    Che sia sbagliato aspirare all'onnipotenza ( e tradurre l'impossibilità di raggiungerlo con l'acquisto sfrenato di beni, sentimenti, persone ) è un'altra dei punti comuni (suppongo).

    Sono i sogni, le speranze ( e le illusioni che per necessità ne derivano ), la forza di lottare per migliorare la propria vita, il tentativo di soddisfare ogni proprio desiderio con ogni legittimo mezzo…è tutto ciò che costituisce per gran parte la mia felicità. E quando il mio edificio sarà costruito, quando la mia casa "splenderà di salute", quando avrò finalmente comprato la mia palla pazza, resterò a goderne col sorriso scalfito sul volto. Ma il mio processo di perfezione (duli, grazie) non terminerà mai. MAI.

    (Quello che non ho detto, è perchè l'ho scordato)

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